15 December 2018

30 morti in una settimana di MALTEMPO, colpa del cambiamento climatico? Facciamo chiarezza

In questi giorni la questione che il mondo dell’informazione si pone è se la recente ondata di forte maltempo che ha penalizzato l’Italia possa essere collegata al “cambiamento climatico”. Al di là della risaputa fragilità del nostro territorio, o della piaga dell’abusivismo edilizio, vogliamo qui approfondire la questione dal punto di vista atmosferico.

Dunque subito emerge che la domanda in realtà è mal posta perché se parliamo in questi termini sembra che i venti forti, le violente mareggiate e i nubifragi trovino spiegazione in un nuovo stato del clima, quello attuale, diverso da quello di una trentina di anni fa. e qui c’è subito una premessa da fare: tempo e clima sono due cosa diverse. Confonderle sarebbe come mettere insieme, per dirla facile, mele e pere.

Semmai, la questione su cui si dovrebbero accendere i riflettori è provare a comprendere il ruolo che viene a svolgere lo stato fisico dell’atmosfera nel quale questi contrasti, che sono all’origine dei fenomeni atmosferici, si verificano. Si tratta di un argomento molto delicato da affrontare e che al momento non fornisce risposte certe e dimostrate perché, tirando in ballo il problema su quanto possa incidere il “cambiamento climatico” in situazioni meteorologiche come quella appena vissuta la scorsa settimana, è come se ci chiedessimo qual sia stata la percentuale, la frazione dell’intensità dei fenomeni ricollegabile al “cambiamento climatico”.

È difficile, se non impossibile, dare una valutazione, anche perché l’energia sprigionata dall’atmosfera si disperde in varie forme: un’intensa attività elettrica è energia dissipata, un nubifragio è energia dissipata, venti forti e raffiche di vento che raggiungono forza 12 della scala Beaufort sono anch’essi energia dissipata.

C’è però una questione di fondo su cui non ci sono dubbi perché sono le leggi della fisica dell’atmosfera che lo dimostrano. È noto che in un’atmosfera mediamente più calda non solo è capace di incamerare più vapore acqueo per la nota legge di Clausius-Clapeyron, ma è anche più instabile perché se fa più caldo nei bassi strati dell’atmosfera aumentano le velocità verticali, cioè la spinta che sta alla base della formazione di nubi e precipitazioni. Se allora guardiamo il nostro stato atmosferico, cioè quel teatro in cui la dinamica atmosferica si esibisce per formare ciclogenesi e sistemi perturbati, scopriamo che è ormai frequentemente più caldo del normale, mare compreso.

E così, come è vero che un’atmosfera mediamente più calda è in grado di assorbire una maggiore quantità di vapore acqueo, è anche vero che una superficie marina più calda è in grado di rilasciare all’atmosfera una maggiore quantità di vapore acqueo grazie all’evaporazione. In secondo luogo, la stessa scienza ci dice che questa sorta di “marcia in più” che verrebbe ad avere il marchingegno atmosferico provoca un aumento dei fenomeni estremi. Si tratta di un’evidenza che possiamo considerare in generale, ma che non possiamo (almeno per ora) legare al singolo fenomeno perché non possiamo sapere qual è la percentuale dell’intensità di un fenomeno ricollegabile al “cambiamento climatico”.

Un esempio per semplificare: un atleta che deve partecipare ad una gara sportiva ha una determinata probabilità di vincere; se utilizza sostanze dopanti questa probabilità aumenta ma: 1) Non è detto che vinca per forza. 2) Se vince nessuno potrà mai sapere qual sia stata la frazione di energia determinante, se la sua naturale o quella derivante dal doping.

Per l’atmosfera bastano però le leggi della fisica per assicurarci che il complesso legame tra “eventi estremi” e “cambiamento climatico” esiste. L’importante è tenere conto che questo legame è sempre trasversale e dunque nessun singolo evento funesto dovuto al maltempo potrà mai essere ascrivibile direttamente al cambiamento climatico.

Andrea Corigliano

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