21 August 2018

Anni Duemila: cosa resta del ghiacciaio d’Indren

Tanto si dice riguardo l’esercito di Annibale che oltre 2.200 anni fa, sfruttando una fase climatica particolarmente calda, attraversò con i suoi cavalli e i suoi elefanti le Alpi spogliate dai loro ghiacciai. Di sicuro non passò da Indren (e infatti le valicò al Colle delle Traversette tra il Cuneese e la Francia), viste le pietose condizioni di transito che oppongono le impercorribili e instabili pietraie rispetto al candido e facile ghiacciaio.

Ma non occorre certo andare indietro di duemila anni per toccare con mano in tutta la sua drammaticità il rapido cambiamento climatico in atto, che in soli trent’anni si è mangiato via uno dei gioielli di ghiaccio del Monte Rosa, il ghiacciaio d’Indren. Quando all’inizio degli anni Sessanta, il boom economico arrivò fin lassù a colpi di impianti a fune, nessuno pensava che di li a poco questa nicchia d’argento esposta a mezzogiorno sarebbe andata a morire sotto la mannaia di un sole disperato, lasciando alla memoria solo candidi ricordi (e tanta ferraglia arrugginita).

Negli anni Settanta ai 3.270 metri di Punta Indren potevi incontrare campioni del calibro di Gustav Thöni, che fece di questo ghiacciaio la sua palestra, dove tornava ogni volta con un titolo mondiale in più, quasi per condividere con la montagna l’omaggio e la gloria che lo rese uno tra i campioni di sci alpino più forte di tutti i tempi. Sino a metà degli anni Novanta qui si sciava tutto l’anno, a Natale come a Ferragosto, ma Indren non era solo sci. Il ghiacciaio era attraversato anche dalle tracce di innumerevoli alpinisti; i più sconosciuti, ma anche moltissime guide e nomi illustri come Bonatti o Messner lo hanno percorso sul filo dei 3.300 metri in direzione delle alte vette del Monte Rosa, sulle orme tracciate oltre un secolo e mezzo prima dell’Abate Giovanni Gnifetti.

Ma intanto nel silenzio dell’aria sottile, interrotto qua e là dai rigagnoli di fusione che nelle giornate più calde iniziavano a lacrimare sulla superficie ormai sempre più opaca, si andava compiendo l’irreparabile. A metà degli anni Novanta dalla neve estiva emergevano filoni rocciosi levigati dal ghiaccio, mentre il caldo staccava dalle pareti sovrastanti frane di sassi che si amalgamarono alla superficie vitrea della fronte glaciale rendendola, su ampie porzioni, un precario scivolo detritico.  Nel 1997 gli impianti sciistici chiusero per sempre i battenti, mentre i loro scheletri di ferro, ormai poggiati sul nulla, rimasero in piedi per altri dieci anni a testimoniare questo drammatico passaggio.

Ora, nel primo decennio del Duemila, di quel mondo non rimane quasi più nulla. Solo la vecchia costruzione della funivia che saliva da Alagna, anch’essa abbandonata anni fa per scadenza della concessione, rimane li a ricordare un pezzo di ghiacciaio che non c’è più. Un giorno un fiume in piena, oggi la duplice vecchia colata di ghiaccio che scende con difficoltà dagli oltre quattromila metri della Piramide Vincent e dalla Punta Giordani, si incrocia all’altezza della Punta Rossa poi, non più alimentata a dovere dal canale del piccolo ghiacciaio del Garstelet, degrada annerita fino a sparire sotto i sassi, a parte la vena detritica centrale piuttosto crepacciata che resiste, tenuta insieme solo dal carico detritico, poco distante dalla nuova stazione dell’impianto Funifor.

Se trent’anni fa mi avessero detto che, a causa del clima, a Punta Indren il ghiacciaio sarebbe sparito, probabilmente non ci avrei creduto e con me chissà quanti altri. Forse perchè è più comodo dar retta ai sogni e ascoltare chi invoca una improbabile nuova imminente glaciazione che dar credito alla scienza. Intanto lassù, accanto ai ricordi, rimangono solo le pietre…

Luca Angelini

Anni Duemila: cosa resta del ghiacciaio d’Indren