29 April 2017

Artico, 14 mila anni fa l’ultima fusione della calotta glaciale

Risale a circa 14 mila anni fa l’ultima grande fusione della calotta glaciale artica. L’evento causò l’immissione negli oceani di grandi volumi di acque fredde e dolci, alterando la circolazione oceanica e innescando uno sconvolgimento climatico e ambientale fino alle zone tropicali.

Il progetto, finanziato dal Ministero dell’istruzione, università e ricerca, ha visto impegnati il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), in qualità di coordinatore, l’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (Ogs) e l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) con l’obbiettivo di comprendere meglio i meccanismi che regolano la fusione della calotta polare artica e il flusso di acqua di fusione glaciale negli oceani,  quali  importanti fattori capaci di forzare i cambiamenti climatici.

Fino a 20 mila anni fa, durante l’ultima deglaciazione, la calotta glaciale artica occupava tutto il Mare del Nord e si estendeva fino all’Europa settentrionale. La fusione ha alterato l’equilibrio ambientale dando origine a periodi particolarmente freddi alle medie latitudini. Le acque di fusione glaciale hanno causato anche il trasferimento di grandi quantità di sedimenti e repentini innalzamenti del livello globale degli oceani, come l’imponente evento avvenuto appunto 14 mila anni fa: in occasione del quale nelle aree tropicali le scogliere coralline hanno registrato un aumento di circa 20 metri del livello del mare nell’arco di soli 340 anni.

I ricercatori affermano che per la prima volta hanno potuto dimostrare l’evidenza di quel catastrofico evento nei registri geologici delle aree polari attraverso indagini oceanografiche, geofisiche e geologiche a bordo della Nave Ogs-Explora e altre navi di ricerca straniere.

I meccanismi che regolano la fusione della calotta polare artica e il flusso di acqua di fusione glaciale negli oceani sono molto complessi e la loro comprensione richiede l’integrazione di competenze multidisciplinari. Attraverso lo studio dei dati sismici raccolti dalla rete sismica regionale Glisn (Greenland Ice Sheet Monitoring Network) è per esempio possibile osservare eventi di distacco di grandi iceberg e, con l’analisi congiunta di immagini satellitari, è possibile stimare le variazioni spaziali e temporali del volume di perdita di ghiaccio dai maggiori fronti attivi.

L’Artico si sta riscaldando più rapidamente di qualsiasi altro luogo sulla Terra, e questo si traduce in un altrettanto rapido cambiamento ambientale. Negli ultimi anni in particolare appare evidente un’accelerazione dei cambiamenti, al punto che la possibilità che si ripetano eventi estremi non è più un’ipotesi remota.

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Report Luca Angelini

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