23 January 2021

Clima e riscaldamento, ecco cosa potrebbe salvare i ghiacci polari

Non tutto il male viene per nuocere si sa. Se prendiamo in prestito il modo di dire secondo il quale un pianeta più caldo è ammalato, questa locuzione calza a pennello. Secondo un recente studio americano condotto dai ricercatori dell’Università dell’Utah e pubblicato sul National Geographic News, in futuro potrebbe essere proprio il riscaldamento del clima a frenare la fusione apparentemente inarrestabile dei ghiacci polari, Artico in primis.

Se il discorso sembra stridere fortemente con la fisica e con la logica, in realtà e molto più semplice di quanto si creda. Secondo lo studio citato, il riscaldamento climatico in atto innescherebbe infatti una serie di conseguenze ad effetto domino che vedrebbero alla fine la natura ripristinare il proprio equilibrio con un nuovo stato dell’arte. Ovvero i ghiacci uscirebbero dalla porta ma potrebbero poi rientrare dalla finestra.

E quale sarebbe il miracolo? Nessun miracolo. Secondo lo studio il riscaldamento del Pianeta immette nel circolo atmosferico maggiori quantitativi di vapore acqueo, il che favorisce precipitazioni più frequenti ed abbondanti. Queste ultime, secondo il noto processo fisico della deposizione umida, offrirebbero un metodo estremamente valido nel dilavare gli inquinanti atmosferici e pulire bene l’aria.

Un’aria più pulita a questo punto eviterebbe a sua volta la nuova deposizione sulle superfici innevate e glaciali come quelle dei poli, le più vaste della Terra, del pulviscolo atmosferico. I ghiacci, ricoperti da una maggio copertura di neve fresca, diventerebbero così più bianchi e l’effetto albedo maggiormente incisivo. Da qui la frenata della fusione delle calotte polari.

Certo, il processo sulla carta è senz’altro valido (sulla carta) ma, a nostro parere, da solo potrebbe non essere sufficiente. Sono molti altri i fattori da mettere in gioco se vogliamo proporre un quadro esaustivo di bilancio. Occorrerebbe tra l’altro calcolare quanto l’albedo da sola potrebbe incidere effettivamente sulle banchise polari, ormai intaccate da decenni di deficit, secondo un trend che difficilmente potrà invertirsi in tempi brevi.

Rimane il fatto che, se così fosse, ci rimarrebbe sempre quell’aria pulita che (speriamo) un giorno di poter davvero respirare.

Report Luca Angelini

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