24 November 2020

Quando l’immagine da satellite diventa come un dipinto di Rubens

Diciamo la verità: la meteorologia ha compiuto un fondamentale passo avanti con l’avvento dei satelliti meteorologici. Abbiamo smesso di osservare le nuvole dal nostro limitato orizzonte e abbiamo potuto apprezzare i movimenti dell’atmosfera dall’alto. Quando sei sopra tutte le nuvole capisci cose che nemmeno potresti immaginare stando con i piedi appoggiati per terra. Ne sanno qualcosa i piloti degli aerei di linea ma ne sappiamo qualcosa anche noi, quotidianamente impegnati a scrutare il cielo dall’alto dei satelliti.

Prendiamo ad esempio l’immagine relativa alla mattina di oggi, lunedì 24 aprile. Quell’angolino lassù tra la Norvegia e l’Islanda si presta come canale di deflusso di un importante blocco di aria fredda di origine artica e di caratteristiche marittime. Si tratta di una massa d’aria molto fredda, che si sviluppa in spessore poichè rimescolata dall’attrito per la turbolenza che si verifica durante il suo passaggio sulla superficie dell’oceano meno fredda.

Ma l’attrito genera calore e il calore lavoro. Questa legge fisica si compie in questo caso con lo sviluppo di quella nuvolosità puntiforme che tradisce la traccia del percorso intrapreso dall’aria fredda. Si tratta di nuvolosità cumuliforme nata proprio perchè l’oceano è meno freddo dell’aria e la fa “ribollire” con questo tipo di nubi.

Ma questa massa d’aria ha anche un limite di avanzamento: lo possiamo notare tramite la presenza di una banda nuvolosa a forma di mezzaluna disposto tra le Isole Britanniche, il mare del Nord, la Danimarca e la Svezia meridionale, un limite oltre il quale si trova aria decisamente più temperata la quale oppone resistenza. Ancora una volta l’aria fredda dovrà spendere energia per progredire nel suo viaggio verso sud, energia che ne assottiglierà lo spessore a partire dal basso, proprio come fa una macchia d’olio quando scivola su una superficie rugosa.

Il risultato più vistoso di questo attrito è la formazione di quel “ricciolo” nuvoloso, ossia di un minimo di bassa pressione, scaturito per la presenza delle montagne scandinave e l’altro in prossimità della Scozia. La parte del flusso che è stata costretta a scorrere sui declivi montuosi ha frenato rispetto alla parte che ha potuto invece contare sul canale di passaggio offerto dall’oceano e per questo ha rallentato. Così facendo il fronte dell’aria fredda ha compiuto una manovra a compasso che ha generato quel minimo di bassa pressione detto per questo minimo orografico”.

Ora però, e siamo a martedì 25 aprile, il fronte proseguirà la sua corsa e affronta il continente, l’Europa centrale. Qui dovrà vedersela con ulteriori resistenze opposte in questo caso dalla presenza di aria via via più tiepida con ulteriori attriti che inizieranno a frenarne la propagazione. Nel frattempo però i contrasti con queste masse d’aria miti si fa più serrato e il fronte di sviluppo dell’aria fredda via via più marcato. Si organizzerà in due fronti, in due ondate d’aria distinte, la seconda delle quali riuscirà a penetrare sul Mediterraneo tra mercoledì 26 e giovedì 27 aprile.

La lunga linea nuvolosa che ne delimita il limite di massa diventerà una vera e propria di perturbazione, pronta a dar luogo ad un benefico passaggio di piogge sulle nostre assetate regioni settentrionali. Poi nuovi attriti, questa volta da parte del Mediterraneo, ne freneranno l’esuberante ingresso, così che, giungendo sulle nostre regioni centro-meridionali, gli effetti ne risulteranno smorzati, limitati a moderata instabilità.

Intanto la manovra a compasso proseguirà, questa volta facendo perno sulla saccatura madre la quale, come ogni buon genitore, non lascia i figli allo sbaraglio. Ecco allora che il fronte dell’aria fredda, ormai in balia di essere “consumato” dall’aria tiepida che domina tutto attorno, verrà richiamato dapprima verso la regione balcanica, poi nuovamente su su verso nord, per tornare nelle braccia del vortice polare lasciando l’Italia nuovamente sotto l’alta pressione entro il prossimo weekend.

Luca Angelini

Quando l’immagine da satellite diventa come un dipinto di Rubens