Sci estivo: questo è accanimento terapeutico

La sensazione che infonde una discesa su neve fresca e farinosa, in una cornice di panorami mozzafiato, ulteriormente impreziositi da cieli color cobalto e dall’aria purissima delle alte quote è davvero impagabile. E allora spiegatemi cosa c’entra tutto questo con lo sci estivo praticato su croste di ghiaccio nero in disfacimento, interrotto da massi instabili e da detriti ghiaiosi affioranti, fissurato da enormi fenditure ricolme delle acque torbide inghiottite dai torrenti del disgelo. La cornice opaca, carica di polveri sahariane, cela le cime delle montagne, a loro volta occultate da ammassi di sterili banchi nuvolosi cumuliformi e da livide nebbie di pendio, ma non ferma la calura procurata da un sole disperato che, come una implacabile palla di fuoco, riduce le superfici pazienti ma stremate dei nostri ghiacciai in una poltiglia impercorribile.

La vita dovrebbe averci insegnato che qualsiasi pratica contro natura crea più danni che benefici. Il clima da anni sta lanciando i suoi segnali di allarme, soprattutto sui ghiacciai, sempre più ridotti, sempre più malridotti. Eppure, anziché uscire dal tunnel monotematico dello sci a tutti i costi e riorganizzare le molteplici attività possibili sulle nostre montagne reinventandole, nel rispetto dell’ambiente, in favore di un più ampio ventaglio di possibili nuovi fruitori, i gestori dei comprensori montani, in accordo con gli enti locali che fanno da ponte grazie alla spartizione e al conseguente sperpero di denaro pubblico, tentano di mantenere in vita contro natura, e quindi con spese enormi e un’immane spreco di risorse, una pratica ormai obsoleta e sempre più elitaria che violenta irreparabilmente le nostre montagne. Si spara neve artificiale in inverno perché di quella vera ne arriva sempre meno, figuriamoci in estate….

La realtà è sotto gli occhi di tutti: anno dopo anno è sempre peggio. Quest’estate (e siamo ancora a luglio…) quasi tutti i comprensori sciistici estivi italiani e svizzeri, francesi e austriaci, stanno alzando bandiera bianca: le prestigiose piste di Breuil-Cervinia e le attigue discese verso Zermatt, i candidi declivi di Saas-Fee, lo Stelvio, il Presena sono in seria difficoltà e, nonostante i salti mortali per tenere aperte le “piste”, stanno chiudendo una dopo l’altra. Il penoso riporto di neve nei buchi e nei crepacci non sta facendo altro che accelerare la fusione di quel che rimane delle superfici glaciali ormai annerite dai detriti e stremate dal caldo.

E adesso che si fa? Sono 30 anni che i climatologi avevano annunciato questo probabile epilogo, eppure non sono stati ascoltati anzi, ancor più, sono stati derisi e persino oggi, da qualche sacca di refrattari ed evidentemente atermici negazionisti, non vengono creduti. Intanto gli anni sono passati, il clima ha rapidamente subito una drastica evoluzione, il tempo per reinventarsi le attività in montagna senza mettere in crisi i lavoratori del settore c’era ma la corda è stata tirata troppo sperando forse in una “toppata” degli scienziati e ora invece siamo all’epilogo: il timer del buon senso è evidentemente scaduto. Il malato terminale è arrivato alla fine. Dobbiamo solo decidere quando staccare la spina.

Luca Angelini