Ecco cosa si intende per tempo “instabile” in meteorologia

Quando nei bollettini meteorologici si indicano condizioni di “tempo instabile”, non si parla dell’arrivo di una perturbazione, ma di condizioni atmosferiche che sono favorevoli allo sviluppo, spesso molto localizzato, di annuvolamenti in forma irregolare e di precipitazioni a carattere sparso determinate dell’afflusso di aria fresca alle quote superiori dell’atmosfera. Non parliamo quindi di fenomeni portati da un sistema frontale in avvicinamento, nel qual caso avremo precipitazioni estese e persistenti, ma di fenomeni isolati che nella maggior parte dei casi si formano sul posto sfruttando proprio l’equilibrio instabile in cui viene a trovarsi la colonna atmosferica.

In queste condizioni le aree interne e quelle montuose sono le prime a veder sviluppare gli effetti di questa instabilità in termini di rovesci e temporali che possono poi sconfinare anche lungo le pianure o le coste qualora le correnti portanti (quelle in quota) lo permettano. Ecco che allora si assiste, in una stessa zona, persino anche in una stessa città, ad evoluzioni del tempo in cui da una parte il cielo continua a rimanere in prevalenza sereno e dall’altra dove invece il cielo si chiude e provoca rovesci. Il tempo definito “instabile” indica proprio questo: avere magari uno scroscio improvviso per una mezz’ora in un determinato luogo e spostarsi di 10-15 chilometri in linea d’aria per trovare il sole e tutto completamente asciutto. Stiamo quindi parlando di una condizione atmosferica che non potrà essere prevista con dovizia di particolari perché la localizzazione spazio-temporale della fenomenologia pone dei limiti alla sua previsione: un’evoluzione che, come noto, nasce dal calcolo di un modello numerico che simula l’evoluzione. E una simulazione, pur avvicinandosi, non è la realtà.

Andrea Corigliano e Luca Angelini